La sentenza del 26 aprile 1954 del Tribunale Supremo Militare Italiano afferma senza mezzi termini che:

“i combattenti delle Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana avevano la qualità di belligeranti perché erano comandati da persone responsabili e conosciute, indossavano uniformi e segni distintivi riconoscibili a distanza e portavano apertamente le armi. Gli appartenenti alle formazioni partigiane, viceversa, non avevano la qualità di belligeranti perché non portavano segni distintivi riconoscibili e non portavano apertamente le armi, né erano assoggettati alla legge penale militare”

martedì 2 maggio 2017


E’ uscita la terza edizione del libro “ L’ ULTIMO SALUTO”  sulla strage dei 43 militi della Legione Tagliamento  trucidati a Rovetta  il  28 Aprile 1945.  Disponibile sul sito:  http://www.lulu.com/home
In memoria di Gregorio Misciattelli Bernardini, fondatore e primo Presidente della Associazione Reduci della 1^ Legione d’ Assalto “M” Tagliamento e del Comitato Onoranze Caduti di Rovetta e di Padre Antonio Intreccialagli, Cappellano della Legione.
Un grazie ai legionari Mariano Renzetti e Fedinando Cacciolo, combattenti per l’ Onore d’ Italia, che hanno dedicato la loro vita a testimonianza di una tragedia nazionale personalmente vissuta.




100.000 MORTI !

Per non dimenticare... per continuare a sperare!


La nostra storia non si è fermata a Piazzale Loreto, i nostri ideali non si sono spenti con le carneficine partigiane, la nostra voce non si è zittita con le leggi liberticide emante dai vincitori.

Il nostro pensiero, la nostra forza e la nostra azione sono un trinomio eterno, capace di spezzare le catene della menzogna, della prevaricazione, dell'ingiustizia.

La nostra fede è immortale, capace di rinascere dalle sue stesse ceneri perché essa è unica, imperitura, universale.

I CENTOMILA caduti della REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA ci danno il diritto di continuare a credere, di continuare a sperare.

Alla fine della guerra, reparti di soldati delle FF.AA, della R.S.I. disseminati sui vari fronti, ottennero dal nemico

L'ONORE DELLE ARMI. 

La repubblica Italiana, come dice la Costituzione, fondata sulla RESISTENZA, puo' permettersi delle licenze, affermando che l'Italia è stata liberata e non sconfitta, cosicchè risulterebbe che solo la Germania ed il Giappone hanno perso la guerra. 

MA NON FU COSI' AL TAVOLO DELLA PACE.

Trasformare una invasione, una resa, un tradimento, una sconfitta, in una liberazione è puro virtuosismo verbale, che non può coprire una verità ed una 

VILTA' STORICA.

E non lo dicono i reduci della R.S.I.

Lo dicono:

Il comandante supremo delle Forze USA nello scacchiere europeo

EISENHOWER

nel suo "Diario di Guerra."

"La resa dell'Italia fu uno SPORCO AFFARE. Tutte le nazioni elencano nella loro storia guerre vinte e guerre perse, ma L'ITALIA E' LA SOLA AD AVER PERDUTO QUESTA GUERRA CON DISONORE, SALVATO SOLO IN PARTE DAL SACRIFICIO DEI COMBATTENTI DELLA R.S.I. 

Il Generale ALEXANDER, ne: " Le armate alleate in Italia"

"...ilfatto è che il Governo italiano decise di capitolare non perché si vide incapace di offrire ulteriore resistenza, ma PERCHE' ERA VENUTO, COME IN PASSATO, IL MOMENTO DI SALTARE DALLA PARTE DEL VINCITORE..."

Da "Le memeorie del MARESCIALLO MONTGOMERY", comandante dell'8a armata britannica: 

"...il VOLTAFACCIA ITALIANO dell'otto Settembre FU IL PIU' GRANDE TRADIMENTO DELLA STORIA..." 

Ed ancora dal "Taccuino segreto di W. CHURCHILL", primo ministro inglese:

"...SOLO DOPO LA DEFEZIONE ITALIANA NOI ABBIAMO POTUTO RAGGIUNGERE LA VITTORIA...

Ed ancora da "Storia della diplomazia di POTEMKIN", ambasciatore sovietico a Roma:

" ...L'Italia fu fedele al suo carattere di SCIACALLO INTERNAZIONALE, sempre in cerca di COMPENSO PER I SUOI TRADIMENTI..."

Da un articolo di fondo apparso tempo fa sul WASHINGTON POST, autorevole giornale americano:

"...CHE ALLEATO SARA' L'ITALIA IN CASO DI UNA GUERRA? QUALI GARANZIE CI SONO CHE L'ITALIA, LA QUALE HA CAMBIATO SCHIERAMENTO NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE DI QUESTO SECOLO, NON FARA' ALTRETTANTO?". 



L'Italia del dopoguerra è un Italia priva di valori, perché il tradimento è cemento che non permette lo sbocciare dell'amor patrio, nè il candido fiore dell'orgoglio nazionale.

La nostra è una nazione fondata sul lavoro, ma anche sul tradimento, sulla viltà, sul disprezzo della vita di coloro che hanno combattuto dalla parte opposta del fronte e che non hanno vinto.

Il Paese ha ereditato, governo dopo governo, il crimine dei delinquenti della peggiore specie. 

Molti di loro hanno poi riempito le fila di quei partigiani che commemorano il 25 aprile come festa della liberazione, ben sapendo che quella data è l'onta nazionale che si ripropone, in perpetuo, a triste ricordo di come eravamo e di come sempre saremo fin quando non diventeremo capaci di distinguere una vittoria da una disfatta.


L'italia è ancora oggi uno stato che riconosce solo la resistenza partigiana, disconoscendo e facendo finta di non ricordare che ci sono stati anche i caduti della R.S.I., resistenti anch'essi, ma di un esercito perdente che non ha avuto, né onori, né glorie da chi ha saputo predicare false libertà in nome di una mai esistita democrazia.

Uno stato che non si vergogna quando da oltre confine il plauso arriva ancora per i combattenti della R.S.I. mentre i partigiani vengono visti come i miserabili traditori di un'idea, di un governo, di un potere che aveva dato loro fama, glorie e onori quando indossavano la camicia nera!

Mentre vengono premiate le stragi partigiane, allo stesso tempo, vengono mistificate e condannate le azioni di guerra dei soldati della R.S.I. Questo sporco gioco viene ancora perpetrato, in principal modo dai partigiani comunisti, nel tentativo di uccidere sia nel ricordo, sia nell'anima coloro che non sono riusciti ad ammazzare come bestie da macello.

I partigiani d'italia sono coloro che vengono onorati e premiati con pensioni statali per il massacro degli italiani nelle foibe, della famiglia Govoni, per l'assassinio di Mussolini e dei suoi 15 ministri, per il macabro scenario di piazzale Loreto, per l'uccisione di
Claretta Petacci, quest'ultima anima innocente il cui unico torto è stato quello di amare l'uomo più odiato dai comunisti.

E quanto citato non è che una lacrima in un mare di crudeltà

L'italia non deve dimenticare e il popolo deve sapere.

Storia, cultura, verità, un trinomio temuto dai governi socialisti, democristiani e comunisti che si sono alternati in più di 60 anni di ladrocini e di malefatte.

Storia, cultura, verità, un trinomio che deve essere una testa d'ariete contro le porte dell'insolenza e della prevaricazione comunista







"IL MOMENTO" 16 MAGGIO 1945





La riproduzione della circolare del Corpo Volontari della Libertà –Comando Militare Regionale Piemontese- datata 15 aprile 1945….alla vigilia dell’insurrezione, essa dispone che:

“I ministri di Stato, i sottosegretari di Stato, i Prefetti, i Segretari federali in carica dopo l’8 settembre 1943 sono già tutti condannati a morte….di conseguenza, sarà per questi sufficiente l’accertamento dell’identità fisica per ordinarne l’esecuzione capitale. …..Sarà sufficiente stabilire l’appartenenza dell’imputato –dopo l’8 settembre 1943- a qualsiasi formazione volontaria di parte (Brigate Nere, Muti, X Mas, SS italiane, Cacciatori degli Appennini, Milizie speciali indossanti la camicia nera, RAP, RAU) per pronunciare condanna all’esecuzione capitale, che dovrà avere immediata esecuzione, senza diritto ad inoltrare domanda di grazia.  Nei riguardi delle spie dovrà essere accertata la consistenza del capo di accusa, ed emessa sentenza di conseguenza. Infine, il Tribunale di guerra potrà anche giudicare quel personale che –come i direttori della stampa fascista dopo l’8 settembre 1943- abbia favorito le forze nazifasciste nell’opera di repressione e di rappresaglia…anche per questi crimini sarà pronunciata e fatta eseguire immediatamente la sentenza capitale”


PIACENZA 9 SETTEMBRE 1944 – LA SALMA DEL QUATTORDICENNE GIUSEPPE CALANDRA UCCISO DAI PARTIGIANI A FONTANAFREDDA, VEGLIATA DA DUE APPARTENENTI ALL’ ORGANIZZAZIONE GIOVANILE DEL PARTITO NEL SACRARIO DELLA FEDERAZIONE DI PIACENZA. ANCHE IL PADRE GIUSEPPE CADDE SUCCESSIVAMENTE ION UNO SCONTRO CON I PARTIGIANI




Bressanini Caterina, milanese, di anni 23, trucidata dai partigiani gappisti
a Milano Dergano il 16 marzo 1945


LECCO
 UCCISI ALLO STADIO DI LECCO - A RESA AVVENUTA

La fine del Cap. Renato Tartarotti, comandante della Compagnia Autonoma Speciale a Bologna, fra il dicembre ’43 e settembre ’44.  Si sa che fu catturato a metà maggio del ’45, tradotto a Bologna, giudicato all’inizio di luglio con un processo farsa (34 ore, compresa la notte) dalla locale Corte d’Assise Straordinaria, e fucilato –senza che chiedesse la grazia- il 2 ottobre del ’45. Le foto della fucilazione ci fanno vedere un uomo con sguardo fermo, che attende senza paura la morte. rifiuta per 2 volte la mascherina, che poi gli viene applicata dopo che è legato e il colpo di grazia “ripetuto” da un imbranato Tenentino comandante del plotone di esecuzione











Il dottor MANLIO CANDRILLI,questore di Brescia durante la R.S.I. ed,il maggiore della GNR,  FERRUCCIO SPADINI, comandante del presidio di Breno, condannati a morte dalla corte d'assise straordinaria, sulla base di testimonianze false,furono fucilati, dopo la morte, nei successivi processi, verranno entrambi prosciolti e riabilitati


 CIMITERO DI BERGAMO
TOMBA DI UN CADUTO


15 luglio 1944
Alfa Giubelli, allora undicenne, accompagnava la madre Margherita Ricciotti, da Crevacuore a Borgosesia, dove speravano di trovare un assegno che il padre, di stanza nel Veneto con un reparto della G.N.R., doveva aver inviato alla famiglia. Sette chilometri circa da percorrere a piedi perchè mancavano i soldi per servirsi di un mezzo pubblico, prendendo una strada periferica senza dover attraversare il paese dove è probabile che ci siano dei partigiani, un  gruppo dei quali, da poco ha ucciso Carmelo Ricciotti, fratello di Margherita. E' meglio evitare incontri sgradevoli, anche se, per una madre con una bimba per mano, non dovrebbero nemmeno pensarsi. Ma purtroppo non è così. Dopo un breve tratto di strada, nei pressi del cimitero, ecco però apparire un gruppo di banditi armati. Li comanda Aurelio Guido Bussi, detto Nino. Palmo, il suo nome di battaglia. Dopo la guerra sarà decorato di medaglia d'oro della resistenza. I partigiani riconoscono la Margherita e si fanno avanti armi in pugno. La strappano dalla figlia che allontanano, e la trascinano dietro al cimitero. La bimba piange disperata. Poi il silenzio dell'alba è rotto da alcuni colpi di fucile. La piccola Alfa, tra i singhiozzi, si rende conto di quello che è accaduto e perde i sensi. Passano gli anni. Alfa Giubelli intanto è cresciuta. Si è fatta una bella ragazza, alta ed armoniosa nel fisico. Ma porta con sè l'incubo di quel giorno che la opprime, e dal quale non riesce a liberarsi. Il ricordo dell'assassinio della madre, quei momenti trascorsi a singhiozzare impaurita, accovacciata nei pressi del cimitero di Crevacuore, il crepitio improvviso degli spari che l'hanno privata del bene più grande del mondo non l'abbandonano mai e ancora le risuonano nelle orecchie, lacerandole l'animo. Quei tragici istanti sono sempre vivi in lei tanto che le impediranno di essere compiutamente donna anche dopo il matrimonio. Sente di doversi liberare da quell'angoscia ad ogni costo. Ma dovrà attendere di aver messo in atto il proposito che si è radicato in lei negli anni. E finalmente per Aurelio Guido Busi, detto Nino, eroe della resistenza, assassino di una donna inerme ed indifesa già provata da lutti e difficoltà, arriva il giorno della resa dei conti. Dio non paga il sabato. Il 7 di marzo del 1956 è un venerdì. Alfa Giubelli ha 23 anni ed è sposata da sette. Sono trascorsi quasi dodici anni da quel triste giorno che ha sconvolto la sua vita. Il partigiano Palmo, nel frattempo divenuto sindaco di Crevacuore, diviso dalla moglie, vive a pensione in una frazione del paese. E' lì che Alfa Giubelli, con consapevole determinazione, lo va a cercare. Si presenta alla porta dei Parolini e chiede del sindaco che, chiamato, si presenta sull'uscio. Quando giunge davanti alla figlia della sua vittima non fa nemmeno a tempo ad aprire bocca che viene fulminato da quattro rivoltellate. Giustizia è fatta! Poi Alfa si costituisce ai carabinieri. Un anno dopo, al processo, le verrà chiesto se prova rimorso per l'atto compiuto. "Nessun rimorso" - risponde tranquilla - " mi sono sentita soltanto molto più leggera; anche fuori di me tutto sembrava essersi appianato". Confermerà anche di non provare alcun pentimento per aver fatto ciò che "sentiva" di dover fare. Da quel giorno la sua vita, nonostante i cinque anni di carcere infittile dalla Corte d'Assise, inizierà ad essere vissuta con quella serenità interiore crudelmente sottrattale negli anni della fanciullezza. E come d'incanto spariranno anche i disturbi fisici ed i tremendi, ricorrenti, mali di testa che da oltre un decennio la opprimevano.....
Giannetto Bordin-tratto da "Boia chi molla!" notiziario della Federazione di Novara/V.C.O. dell'Unione Nazionale Combattenti della RSI

GUIDO VELATI e il figlio FRANCESCO di 18 anni 
uccisi dai partigiani il 9 maggio 1945 ad Arona



Milano il 28 aprile 1945

Così vennero ritrovati corpi senza vita insieme con altri ,
 di Maria Sacchi e del martino Giuseppe Rapetti 

GENOVA
Sacrario della  R.S.I.  riposano 1567 resti di caduti

LA STORIA DI MICHELE BONAGLIA...PUGILE E FASCISTA
Michele Bonaglia era nato a Duruet (CN) il 5 ottobre del 1905, aveva iniziato l’attività agonistica nel pugilato conquistando il titolo italiano dei dilettanti superando avversari come Grillo e Capocchi. Passava professionista il 27 ottobre del 1925 sconfiggendo a Milano ai punti in dieci riprese Jean Leroy. La sua carriera poi culminava con la conquista del titolo italiano dei pesi mediomassimi nel 1926, un anno dopo l’undicesimo combattimento vittorioso contro Rinaldo Palmucci, titolo che conquistava nella capitale. Dopo due difese del titolo italiano contro De Carolis e Palmucci si avventurava nella triste avventura di Berlino prima di impossessarsi dell’europeo dei mediomassimi contro Clayes Etienne vincendo per K.O. a Milano davanti a un pubblico festante, il 10 febbraio del 1929. In qualche modo si prendeva quel titolo che non era riuscito a portar via a Max Schmeling. Difendeva successivamente il suo scettro contro il tedesco Hein Muller a Torino, battendolo per K.O. alla quarta ripresa. Successivamente rincontrava il pugile che lo aveva portato al trionfo, sconfiggendolo per la seconda volta: Clayes Etienne. Concluderà nel 1934 la sua carriera dopo aver disputato 63 incontri. Negli ultimi anni aveva tentato di combattere nella categoria dei massimi, ma non aveva avuto fortuna, incontrando avversari molto più forti di lui come Innocente Baiguera che lo sconfiggeva due volte. Ma il guerriero del ring, “lo spaccapietre” rientrava con un colpo di coda a rimpossessarsi del titolo dei mediomassimi contro Primo Ubaldo nel 1932....battendo Ubaldo, riconquistava il titolo italiano che perdeva quasi subito in casa dell’avversario di turno Emilio Bernasconi. Ancora per un paio d’anni l’uomo di Druent si batteva con alterna fortuna fino ad abbandonare le competizioni dopo la dura sconfitta subita da Castanaga, avversario da lui battuto in tempi migliori. Alcuni anni dopo, nel travagliato dopoguerra in cui le faide politiche imperversavano, venne trovato ucciso da un colpo di pistola dalle parti di Venaria Reale, vicino a Torino.
La verità si è scoperta grazie ad una recensione da Gabriella Bona al libro di Massimo Novelli – Bruno Neri, il calciatore partigiano – Grapoth Editore: Michele Bonaglia era stato ucciso dai partigiani. Una vicenda squallida della seconda guerra mondiale che culminava con una delle tante uccisioni a sangue freddo. Nel capitolo dedicatogli dal giornalista di Repubblica Massimo Novelli si veniva a capo della tragica morte. Novelli titolava il capitolo “Michele Bonaglia pugile e fascista”. e inizia il capitolo con il necrologio dedicato a Bonaglia dai suoi camerati “Il fascismo repubblicano torinese inchina i propri gagliardetti dinnanzi alla salma del caduto e serra i ranghi per continuare con indomabile spirito la marcia che non può e non deve avere sosta”, Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, Marzo 1944. Michele Bonaglia moriva il 2 marzo del 1944 ucciso dal piombo partigiano.

SACCOL DI VALDOBBIABENE (TV)
lapide in memoria dei 23 civili e militari della Repubblica Sociale Italiana 
barbaramente assassinati il 5 maggio del 1945


LE SORELLE LAURA E ELSA SCALFI DI 16 E 17 ANNI,
OPERAIE, ASSASSINATE IL 7 MAGGIO 1945
 SUL GRETO DEL FIUME SESIA A VERCELLI, 
INSIEME ALLA MADRE, DI 66 ANNI

A Sondrio, nell'agosto 1945, la Corte d'Assise di quella città, condannò a morte il sottotenente della GNR Giacomo De Angelis di anni 23. La sentenza sarà eseguita il 29 marzo del 1946. Dieci anni dopo, a Spoleto, alla signora Marianna Bastioli, vedova De Angelis e madre di Giacomo, quale "erede" del figlio fucilato a Sondrio il 29 marzo 1946, tramite l'ufficiale giudiziario, sarà recapitata l'ingiunzione di pagamento di lire ottomila, quali spese di "giustizia" sostenute nell'agosto del `45 dal Tribunale di Sondrio. Il sottotenente De Angelis, prima di essere fucilato, aveva scritto alla madre: "... la tentazione della maledizione non mi prende: benedico tutti, nemici e amici, in questo momento più brutto e più bello della vita in cui penetrerò i misteri della grandezza di Dio”


Eugenio Facchini, Federale del FFR bolognese, 6 giorni prima di essere assassinato, scrive ai genitori per giustificare la sua prolungata assenza da casa: “Carissimi, manco a farlo apposta, domenica non ho potuto venire a Lavezzola, e nemmeno potrò venire domenica prossima, a meno di un miracolo.
Le ragioni sono: 1) molto lavoro 2) il viaggio è lungo e fa freddo, non per me, ma per i bambini 3)non mi piace girare con la macchina della Federazione……
Attualmente non abbiamo che una macchina perché riduco le spese al minimo”

(in: Riccardo Facchini, Eugenio Facchini era mio padre, Argelato 2012)


Disposizione del C.V.L
trasmessa dal comando della 1^Div. Autonoma Val Chisone 
sul trattamento da usare verso i soldati della R.S.I.


Il documento "ORIGINALE" della 1^ Div. Aut. Val Chisone - A. Serafino
Nel quale viene specificato: ...."In caso che si debbano fare dei prigionieri per interrogatori ecc. il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore".
Dal libro "Un Alpino dal Regio Esercito alla R.S.I." di Cesare Fiaschi


Mentre dal Sud si trasmettevano messaggi che incitavano ad assassinare, fornendo nome e cognome delle vittime, la radio del Nord trasmetteva notizie a parenti rimasti separati dalla guerra. Questo era il modulo da compilare


Carlos De Maere, di nazionalità belga, risiede al Alassio quando si iscrive al PFR e, settantenne, viene inquadrato su sua richiesta- nella Brigata Nera “Antonio Padoan” di Imperia, con il grado di Maggiore. Mentre il figlio Maurizio, Milite scelto del Battaglione “M” d’assalto “Pontida”, prova a raggiungere la Valtellina, con la cosiddetta “Colonna Morsero”, la casa del De Maere viene attaccata dai partigiani. L’anziano Ufficiale, con la moglie Francesca e la figlia Laura, si difende finchè può….esaurite le munizioni, i tre si suicidano

28 APRILE 1945, TORINO
A Torino, nella caserma di via Asti, sede del Comando provinciale della GNR, nella notte tra il 27 e il 28 aprile: “La decisione finale è di raggiungere la colonna in partenza da piazza Castello…La caserma è abbandonata da più di cento uomini, a dirigere le operazioni è il Capitano Milanaccio. Su di un camion a rimorchio, con le fiancate protette da materassi, salgono le famiglie, con donne e bambini, e vi vengono deposti anche quattro cadaveri…alla testa ci sono due autoblindo, poi il camion coi familiari ed un carro armato leggero. Ai fianchi, appiedati, un centinaio di militi…il corteo prende via Po, i militi marciano riparati sotto i portici e si uniscono, a metà strada con quelli provenienti dalla Caserma Bergia….E’ l’una di mattina ed in piazza Castello i fascisti con i loro familiari, ed i pochi tedeschi riunitisi ai Giardini Reali hanno formato una colonna di parecchie migliaia di persone, dalle 15.000 alle 20.000. il Colonnello Cabras ha il comando, mentre il Colonnello Swich ha il compito di proteggere la colonna con le autoblindo della Leonessa. Viene dato l’ordine di prepararsi a partire, ma i carri trainati dai buoi devono essere abbandonati, chi vuole può andare in bicicletta. Il Colonnello Swich si sgola al megafono perché la partenza avvenga per Reparto o gruppo familiare. Prima parte un’autoblinda, dietro una Lancia….il Colonnello Swich e il Tenente Domenico Lena, il primo in auto con mitragliera, il secondo in moto, fiancheggiano la colonna. Dopo le macchine seguono due compagnie dei RAP, due plotoni della X° MAS, un Battaglione Mussolini, un gruppo di Ausiliarie, il Battaglione OP della GNR, la Brigata Nera Ather Capelli. Chiudono la colonna le autoblindo della Leonessa. La testa della colonna raggiunge Porta Palazzo quando i Giardini e il cortile del Palazzo Reale sono ancora pieni di gente che vuol salire sui camion. Per non intasarsi sotto l’arco che unisce Palazzo Reale con via XX Settembre, ci si divide: gli automezzi pesanti raggiungono Porta Palazzo passando per Piazza Castello ed i Giardini Reali, gli altri passando sotto l’arco. La direzione è verso Milano”.

(Michele Tosca, “I ribelli siamo noi”, Collegno 2007)